Il conte di Montecristo

“Le ferite mortali hanno questo di particolare, che si nascondono, ma non si chiudono; sempre dolorose sempre pronte a spremere sangue quando si toccano, rimangono vive e sensibili nel cuore.”
Alexandre Dumas – Il conte di Montecristo

Il conte di Montecristo = Led Zeppelin + Rebecca + boeuf bourguignon

Il conte di Montecristo, finito di scrivere nel 1844 da Alexandre Dumas (e amici), venne pubblicato a puntate sul Journal des débats nei due anni successivi. La trama di questo feuilleton è presto detta: il giovane Edmond Dantes viene arrestato ingiustamente e quando, dopo molti anni, riesce a fuggire di prigione, si impossessa di un piccolo tesoro che gli consente di attuare la sua vendetta contro chi lo aveva incastrato. IMG_20150921_193931343Si spaccerà per un fantomatico conte, un tipo arguto e affascinante che con le sue trovate, dopo quasi 300 anni dalla sua comparsa, riesce ancora a conquistare i lettori di tutto il mondo tenendoli incollati alle pagine. Qualche tempo fa però, mi sono purtroppo dovuta ricredere sul fascino universalmente riconosciuto del conte. Durante un viaggio in treno infatti, mi è capitato di ascoltare una conversazione tra due ragazze. Una diceva all’altra: “Ho preso Il conte di Montecristo a 0,99 centesimi sul kindle, però non ce l’ho fatta a leggerlo, è pesantissimo!”. Se la mia reazione istintiva è stata quella di prendere la ragazza e gettarla dal treno in corsa, in un secondo momento, per sua fortuna, ho capito il perché di quel suo giudizio.
Questo libro, come i feuilleton di Dickens, Collodi o Dostoevskij, non può essere affrontato come un comune libro: non ne ha i tempi, non ne ha i canoni. È sovraccaricato di tensione emotiva perché all’epoca ogni capitolo doveva convincere il lettore a comprare, qualche giorno o settimana più tardi, il capitolo successivo. L’interesse del pubblico doveva restare vivo per mesi, se non per anni. Quelle emozioni che all’epoca venivano spalmate sul lungo periodo e potevano essere metabolizzate con calma, sono invece ora ingurgitate rapidamente, senza alcuno spazio per le necessarie pause utili a evitare l’indigestione.
Al posto quindi delle pompose introduzioni, spesso banali e spesso mai lette, che compaiono nelle edizioni moderne, proporrei di inserire qualcos’altro: nelle pagine iniziali che presentano questi capolavori dovrebbe esserci una guida alla lettura in cui venga consigliato di procedere piano piano, di far passare giorni interi tra un capitolo e l’altro, di lasciar trascorrere settimane prima di iniziare il volume seguente. Quando si prende in mano un’opera di tale mole, bisognerebbe mettersi nei panni dello scrittore e comportarsi come lui pensava si sarebbero comportati i lettori dell’epoca. Come insegna Edmond Dantes: la vera saggezza umana sta nell’aspettare e sperare.

Dumas era un maestro nel farcire i capitoli di avvenimenti, nel suscitare le emozioni giuste che tenessero il petto del lettore costantemente palpitante. E ne Il visconte di Bragelonne, l’ultimo libro della trilogia dei moschettieri, Dumas quasi sembra voler metterci a parte del suo segreto quando dice: c‘è, nel modo con cui si fa un elogio, nella voce del lodatore, nel suo accento affettuoso, un veleno così dolce che l’animo più forte ne rimane talvolta inebriato. Dumas rende i protagonisti artefici e complici di truffe, di inganni, di omicidi e il lettore, sotto l’incantesimo della sua scrittura, accetta tutto. E in Edmond Dantes ritroviamo la stessa capacità dello scrittore: il conte incanta, raggira, tormenta le sue vittime col solo fine di attuare La Vendetta. Sarebbe stato un personaggio perfetto in Rebecca di Alfred Hitchcock, film in cui la vendetta, la gelosia e il rimorso si mischiano senza lasciare un attimo di tregua ai protagonisti. Così la governante mantiene vivo il ricordo della prima moglie nel tormentato vedovo Olivier, così Dantes risveglia nei suoi vecchi amici, ora nemici, il ricordo delle loro azioni peggiori, fino a portarli all’esasperazione.

Nell’organizzazione e nello svolgimento della vendetta, il conte a volte fa del lettore un suo complice, e insieme a lui attende pazientemente il momento di attaccare. Altre volte agisce da solo, e il lettore viene colto di sorpresa tanto quanto la preda. Da momenti di calma piatta si passa quindi a momenti di bufera; onde all’apparenza innocue diventano cavalloni che ci tolgono l’aria. Come in Over the hills and far away dei Led Zeppelin: una canzone che inizia tranquilla, con una chitarra dolcissima che piano piano monta, cresce fino a esplodere. Persino il testo sembra un estratto del libro: I live for my dream and a pocket full of gold. Gold che per Edmond Dantes e Robert Plant assume significati differenti, ma lasciamo la questione ad altra sede.
Il brano nelle battute finali ritorna dolce e fievole, come è la conclusione della storia narrata da Dumas: quando infatti la vendetta si è compiuta, ritorna la pace. La chitarra sembra richiamare la voce di quel mare su cui naviga in lontananza la barca del conte di Montecristo.

Ma come ogni vero romanzo d’appendice che si rispetti, anche questo ha le sue storie d’amore travagliate. La più travagliata è senza dubbio quella tra Edmond Dantes e Mercédès.  I due stanno per sposarsi quando l’arresto di Edmond mette fine alla loro felicità. Lui, prima di poterla rivedere, non potrà fare altro che semplicemente ricordarsi di lei durante i lunghi anni di prigionia. A loro dedico Tangerine, sempre dei Led Zeppelin, che è una canzone dall’inizio dolce, ma bruscamente interroto. Lascia in attesa per qualche secondo e riprende, ma diversa; dolce, ma più dura. I sentimenti di Edmond nei confronti di Mercédès sono mutati, e sono quelli cantati: I was her love, she was my queenAnd now a thousand years between. Improvvisamente la chitarra si fa più aspra, lascia un gusto dolceamaro. Come un mandarino i cui spicchi sono le vittime della vendetta di Dantes, che a uno a uno, lui, pazientemente, divora.

E a proposito di cibo, il conte non badava certo a spese quando si trattava di comprare le persone con banchetti e cene succulente. Il romanzo è ambientato a Marsiglia, siamo sul mare, ma il piatto della cucina francese degno della mole e della fatica che è costata la stesura di quest’opera può essere solo uno: il boeuf bourguignon. Il procedimento è abbastanza complicato, quindi invece della ricetta scritta, vi lascio il video del blog GialloZafferano. Buon appetito!

Riferimenti temporali
Alexandre Dumas, Il conte di Montecristo, 1844-1846
Alfred Hitchcock, Rebecca, 1940
Led Zeppelin, Over the hills and far away, 1973
Led Zeppelin, Tangerine, 1970

3 pensieri su “Il conte di Montecristo

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