Carta da zucchero

“Carpet under my feet so soft
It feels like a home
But it’s not a home
It’s not a home”
Guillemots – The Rising tide

Carta da zucchero = Guillemots + Sandmännchen + Marmorkuchen

Esistono due tipologie di patria. La prima è la terra dei padri, il territorio, geografico, abitato da un popolo e al quale ciascuno dei suoi componenti sente di appartenere per nascita, lingua, cultura, storia e tradizioni. La seconda tipologia è la memoria dei padri. Non è una patria geografica, ma dell’anima. Quando nasciamo si mette vicino a noi e quando cresciamo cresce insieme a noi. Ma non muore con noi: è la patria composta dalle storie della nostra famiglia, e, come tutte le storie, può essere tramandata alle generazioni future. Per chi nasce e vive la propria vita sempre nello stesso luogo, la terra e la storia dei padri quasi sempre coincidono. Si ha la fortuna di trovare nel mondo esterno, materiale, quelle cose di cui parla la famiglia. Ma per chi nasce in un posto e poi va a vivere in un’altra terra, le due patrie si separano. L’appartenenza a un territorio geografico, fisico, è un concetto che perde di senso, ciò che fa sentire veramente a casa sono i racconti e i ricordi della famiglia.
IMG_20151109_181054990Di racconti e ricordi familiari è carico il libro di Eva Taylor, Carta da zucchero, edito da Fernandel e vincitore del Premio Colline di Torino 2014. La storia narrata è quella della scrittrice stessa: una bambina che a 4 anni fugge insieme alla madre, al padre e alla nonna dalla DDR verso la Germania federale. La famiglia fugge da est a ovest solo poche settimane prima che venisse eretto il muro di Berlino nell’agosto del 1961. Una storia carica di tensione, di paure, di incertezze, che la Taylor racconta attraverso i suoi ricordi di bambina e adolescente. L’innocenza dello sguardo sulle vicende familiari e politiche si traduce in uno stile asciutto e allo stesso tempo tenero. La scrittura è calorosa e accogliente: quando si aprono le pagine del libro sembra proprio di entrare nel salotto e ascoltare dal divano le storie narrate. I ricordi diretti, i racconti degli adulti, i fatti riferiti dagli zii e dai cugini si alternano senza seguire un ordine cronologico, proprio come capita quando una famiglia si riunisce attorno a un tavolo e, mentre mangia, parla. E intesse la trama della storia dei padri. In questa patria, nel libro, si inseriscono anche le storie frutto dell’immaginazione della bambina protagonista. A volte si mischiano alla realtà, a volte servono proprio per estraniarsi dalla realtà. In entrambi i casi contribuiscono ad arricchire il repertorio familiare.
Nella Germania dell’est venne creato un programma televisivo per bambini, trasmesso ancora oggi, il cui il protagonista è Sandmännchen (Sabbiolino), un pupazzetto che in ogni episodio va ad augurare la buonanotte a una famiglia sempre diversa.

Dopo essere stato accolto festosamente guarda insieme a tutta la famiglia un breve spettacolino di pupazzi animati in televisione. Questo spettacolino viene visto anche dal bambino reale seduto davanti alla tv reale, al quale sembra quindi di avere vicino a sé il buon Sandmännchen. Il programma è amatissimo dai bambini tedeschi, proprio per l’atmosfera di serenità e calore domestico che trasmette, ideale prima di andare a dormire. Ed è la stessa atmosfera che si ritrova tra le pagine di Carta da zucchero. Del programma esiste anche la versione della Germania ovest con un Sandmännchen diverso, ma la versione dell’est era ed è ancora oggi la più amata. Cosa strana, verrebbe da pensare: l’ovest era il meglio, specialmente per gli abitanti della DDR che ridevano davanti alla bambina che in visita dalla Repubblica Federale diceva di trovarsi bene nell’est. Nel libro vengono infatti narrate le vacanze estive che la scrittrice ha trascorso fino ai 14 anni al di là del muro, dai parenti rimasti nella patria d’origine. E questo è un dettaglio spesso dimenticato nella narrazione storica dei documenti ufficiali: i bambini potevano oltrepassare il muro e trascorrere dei periodi nei territori del nemico, forse perché considerati innocui. Erano in realtà un tramite per far recapitare regali e un mezzo di comunicazione per gli adulti, loro sì, divisi davvero dal muro. La scrittrice ci accompagna a conoscere le differenze tra i due mondi dell’infanzia, più spensierata e libera all’ovest, più adulta e seria nell’est. Per descriverci questi mondi non usa però mai i giocattoli. Nel libro non compaiono bambole, pupazzi, cartoni animati. C’è solo l’infinita immaginazione della bambina. Essendo una fuggitiva, come per la sua famiglia gli oggetti materiali perdono di importanza. Sono la memoria e la fantasia i complici più leali nella vita. Gli adulti della famiglia perdono l’abitudine a conservare le cose, un po’ per non lasciare tracce, un po’ per non avere davanti agli occhi delle testimonianze della nuova vita, ormai definitiva. La nuova casa, nell’ovest, non sarà mai una casa come si deve. La vecchia casa, nell’est, è ormai perduta.

I Guillemots sono un gruppo, capitanato da Fyfe Dangerfield, con base a Londra, ma formato da musicisti provenienti da tutto il mondo. Senza casa, senza patria, sono riusciti, nelle loro canzoni, a tessere una storia che comprendesse tutte le loro storie. Una casa immateriale. Costruirla ha però richiesto tanti sacrifici, il primo di tutti, il più difficile, è stato quello di abbandonare la casa fisica avendo come sola certezza la speranza di una vita migliore e l’illusione incoraggiante di partire semplicemente per una vacanza al mare.

Il grande pregio di questo libro è far sentire vicinissima una storia che appartiene a un altro mondo, a un passato straniero che, seppur recente, appare lontanissimo. E ciò si deve alla capacità della scrittrice di amalgamare le vicende personali e politiche a quelle atmosfere familiari che ci accomunano tutti. Tanti dei fatti presentati nel libro prendono spunto dal ricordo delle visite, la domenica pomeriggio, dei parenti. La famiglia si riuniva e si aggiornava sulle ultime novità, intervallandole coi ricordi del passato, davanti a una tazza di caffè e una fetta di torta. Kaffee und Kuchen è infatti un rituale della domenica tedesca, un po’ come il vassoio delle paste italiano. Una delle torte più diffuse e più amate dai bambini tedeschi è il Marmorkuchen, la torta marmorizzata. Profumata, bicromata e morbidissima. MarmorkuchenmitRapsoel_7c1b5ccf9dfb8028d051c018b9bbc582_viva2008010501
Ingredienti: 280 g. di farina, 6 uova, 120 g. di zucchero per gli albumi, 160 g. di zucchero per il resto dell’impasto, 200 g. di burro morbido, 100 ml di latte intero, 1 bustina di vanillina, ½ bustina di lievito in polvere, scorza di ¼ di limone, 2 cucchiai di rum, 20 g. di cacao amaro, zucchero.
Procedimento: dividere i tuorli dagli albumi e montare questi ultimi a neve con lo zucchero. Lavorare con le fruste elettriche il burro con il resto dello zucchero, la vanillina, il rum e la scorza di limone. Aggiungere poi i tuorli, uno alla volta. Incorporare la farina setacciata con il lievito, alternandola al latte. Incorporare gli albumi con un cucchiaio facendo attenzione a non smontarli. Versare metà dell’impasto nella tortiera. Nell’altra metà aggiungere il cacao amaro e amalgamarlo delicatamente. Versare nella tortiera e formare delle leggere spirali con il cucchiaio. Infornare a 180 gradi per circa un’ora. Quando sarà pronta e raffreddata decorare con lo zucchero a velo prima di servirla.
Buon appetito!

Riferimenti temporali
Eva Taylor, Carta da zucchero, 2014
Gerhard Behrendt, Sandmännchen,1959
Guillemots, The rising tide, 2006
Fyfe Dangerfield, High on the tide, 2010

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...